I ransomware sono virus informatici che rendono inaccessibili i file dei computer infettati e chiedono il pagamento di un riscatto per ripristinarli. Vediamo tutto ciò che bisogna sapere per prevenire e difendersi
I ransomware sono i prìncipi delle minacce informatiche. Un tipo di cyber attacco estremamente redditizio per chi lo porta e che – anche per questo – è molto cresciuto in questi ultimi anni.
Lo conferma il Rapporto Clusit 2021: i ransomware nell’anno 2018 rappresentavano il 23% di tutti i malware, nel 2019 sono diventati quasi la metà (46%) e nel 2020 sono arrivati al 67%. In pratica sono ransomware i due terzi degli attacchi.
Secondo il rapporto “Unit 42 Ransomware Threat Report 2021” di Palo Alto Networks e di The Crypsis Group, il paese più colpito, anche nel 2020, sono gli Stati Uniti, con l’Italia che si posiziona al quarto posto in Europa, dopo Germania, Regno Unito e Francia.
Che cosa sono i ransomware, significato
Con la parola ransomware viene indicata una classe di malware che rende inaccessibili i dati dei computer infettati e chiede il pagamento di un riscatto, in inglese ransom, per ripristinarli. Tecnicamente sono trojan horse crittografici e hanno come unico scopo l’estorsione di denaro, attraverso un “sequestro di file”, attraverso la cifratura che, in pratica, li rende inutilizzabili.
Al posto del classico sfondo vedremo comparire un avviso che sembra provenire dalla polizia o da un’altra organizzazione di sicurezza e propone un’offerta. In cambio di una password in grado di sbloccare tutti i contenuti, intima di versare una somma di denaro abbastanza elevata (in genere erano sotto i 1.000 dollari fino a qualche anno fa, ma negli ultimi anni sono saliti anche fino a milioni di dollari): in genere il riscatto viene richiesto in criptovaluta (Bitcoin, ma non solo).
Per questo motivo i ransomware rappresentano un attacco che si rivela pressoché immediatamente, perché l’obiettivo dei cyber criminali è quello di batter cassa. In questo senso si differenzia dai più sofisticati attacchi APT (Advanced Persistent Threat), il cui scopo è quello di persistere nel sistema attaccato il più a lungo possibile.

Come fare a pagare il riscatto? Dietro all’industria del ransomware non ci sono semplici hacker, ma vere e proprie organizzazioni criminali che hanno raggiunto un alto livello di efficienza ed organizzazione: quindi, dopo averci criptato tutti i file, faranno comparire nel computer attaccato una schermata dove vengono date dettagliate istruzioni (spesso in buon italiano) per pagare il riscatto, in genere attraverso la rete TOR (cioè nel Dark Web).
E poiché un buon servizio di customer care è alla base di ogni business di successo, alcuni attaccanti si sono attrezzati con chat in real time: poiché pagare il riscatto potrebbe non risultare semplice, i cybercriminali spesso offrono un servizio di assistenza al “cliente”, con le indicazioni per eseguire il pagamento e talvolta – bontà loro – anche uno spazio per trattare il prezzo da pagare.
Come si prende un ransomware
Le e-mail di phishing (che ci invitano a cliccare su un determinato link o a scaricare un certo file) continuano ad essere la modalità più diffusa, che sfrutta la scarsa attenzione e la mancanza di consapevolezza degli utenti.
Spesso il messaggio di posta elettronica che viene mascherata in modo che risulti inviata da qualcuno di cui ci fidiamo, ad esempio un collega di lavoro (con la tecnica nota come “spoofing”). In altri casi, cybercriminali sfruttano vulnerabilità presenti nei vari programmi – come Java, Adobe Flash o nei diversi sistemi operativi.
In quest’ultimo caso, il software malevolo si propaga in maniera autonoma senza che l’utente debba compiere alcuna azione.
I vettori d’infezione utilizzati dai ransomware sono sostanzialmente i medesimi usati per gli altri tipi di attacchi malware:
- Il più diffuso, perché purtroppo continua a funzionare molto bene, sono le email di phishing: attraverso questa tecnica, che sfrutta il social engineering (ingegneria sociale) vengono veicolati oltre il 75% dei ransomware. A tutti noi sarà capitato di ricevere email da spedizionieri, o con false bollette allegate. Sono evidentemente e-mail di phishing, ma le statistiche ci dicono che nel 10% dei casi questi messaggi vengono aperti dagli utenti ed addirittura, secondo il Verizon Data Breach Investigation Report, in circa il 2-5% dei casi vengono cliccati anche gli allegati o i link presenti nelle email permettendo così l’infiltrazione del malware.
- Attraverso la navigazione su siti compromessi: il cosiddetto “drive-by download” (letteralmente: scaricamento all’insaputa) da siti nei quali sono stati introdotti, da parte di attaccanti che sono riusciti a violare il sito o che hanno realizzato appositamente siti fake simili ad altri più noti, exploit kit che sfruttano vulnerabilità dei browser, di Adobe Flash Player, Java o altri. I cybercriminali compromettono ed infettano (con JavaScript, HTML, exploit) i siti visitati dalle potenziali vittime. In questo caso muta lo scenario poiché è la vittima ad andare nel sito infetto e non l’attaccante a sollecitarne la visita attraverso una email. Si presentano, per esempio come banner pubblicitari o pulsanti che ci invitano a cliccare. A quel punto verremo indirizzati su siti malevoli, diversi dall’originale, ove avverrà il download del malware.
- Usando un supporto rimovibile, per esempio una chiavetta USB contenente il software malevolo. Questa tecnica si chiama “baiting” (esca) e – così come le email di phishing – fa leva sul fattore umano e sulla curiosità delle persone. In pratica viene lasciato incustodito in un luogo comune (ingresso dell’azienda, mensa, parcheggio ecc.) un supporto di memorizzazione come una chiavetta USB o un hard disk contenenti malware (che si attiveranno appena l’oggetto sarà collegato al computer). E la curiosità umana fa sì che in molti casi questa esca (bait) funzioni e la persona inserisca la chiavetta sconosciuta nel proprio computer.
- All’interno (in bundle) di altri software che vengono scaricati: per esempio programmi gratuiti che ci promettono di “crackare” software costosi (spesso anche videogiochi) per utilizzarli senza pagare. È una pratica che oggi è diventata assai pericolosa, perché il crack che andremo a scaricare sarà un eseguibile (.exe) dentro il quale ci potrebbe essere anche una brutta sorpresa. Nei primi mesi del 2021 si segnalano campagne di ransomware che vengono veicolati attraverso versioni craccate (quindi gratuite) di noti programmi a pagamento, soprattutto Microsoft Office e Adobe Photoshop CC.
- Attacchi attraverso il desktop remoto (RDP: Remote Desktop Protocol, posizionato in genere sulla porta 3389): sono attacchi con furto di credenziali (per accedere ai server attraverso RDP e prenderne il controllo. I computer ed i server con RDP attivo ed esposti in rete sono soggetti ad attacchi mirati ad ottenere le credenziali di accesso (in genere con attacchi di tipo brute force). Una volta ottenuto l’accesso al sistema, il cyber criminale potrà eseguire varie operazioni, quali: furto di credenziali e dati e – appunto – iniezione del ransomware.
- Attraverso lo sfruttamento di vulnerabilità. Citiamo solo due casi molto famosi: il celebre WannaCry del maggio 2017 (che utilizzava la vulnerabilità del protocollo Windows Server Message Block versione 1.0 (SMBv1) e l’attacco del marzo 2021 che ha utilizzato vulnerabilità di Microsoft Exchange Server (il software che aziende e organizzazioni in tutto il mondo utilizzano per gestire email e calendari) per distribuire ransomware dopo la compromissione dei server. Microsoft ha assegnato a questa nuova famiglia di ransomware il nome Win32/DoejoCrypt.A. (o anche, più semplicemente, DearCry). L’attacco sembra partito dal gruppo di cyber criminali cinesi denominato Hafnium e sfrutta le vulnerabilità zero-day di Microsoft Exchange per infiltrarsi nei server Exchange locali delle vittime, accedendo alle caselle di posta elettronica delle aziende per sottrarne il contenuto e per iniettare malware.
Come proteggersi dai ransomware: tre punti chiave
- La miglior protezione è la prevenzione. Il primo passo da fare è aggiornare sempre sia il nostro antivirus che il sistema operativo. Ancora meglio implementare sistemi di protezione e rilevamento avanzati (IDS, IPS, EDR).
- Vitale è anche il backup dei dati, cioè copie funzionanti e recenti (non è così scontato, purtroppo) dei propri file. Il backup dei dati aziendali deve essere un’attività pianificata secondo la “security by design” e non può essere affidata alla “buona volontà” di un operatore. Dovrà prevedere sempre la “ridondanza”: non una sola copia di backup, ma almeno tre copie secondo la basilare regola 3-2-1. In pratica: tre copie di ogni dato che si vuole conservare, di cui due copie “onsite” ma su storage differenti (HD, NAS, Cloud ecc.) e una copia “off-site” (in sito remoto) su Cloud, nastri e via dicendo. In questo modo, se il ransomware dovesse infettare il sistema, una copia dei dati rimarrebbe protetta, dandoci l’opportunità di ripristinarli all’occorrenza.Altrettanto importante è la protezione del backup, che deve essere isolato e non accessibile da un qualsiasi utente collegato in rete. Abbiamo casi di backup non protetto sul quale il Ransomware è riuscito ad accedere ed a criptare i dati. A quel punto la vittima si trova alla mercé dell’attaccante.
- Se si viene attaccati, le buone pratiche dicono che non bisogna mai pagare il riscatto. Ma rivolgersi a un’azienda che si occupa di sicurezza informatica.
Protezione da ransomware: la prevenzione
Nonostante la virulenza e la diffusione dei ransomware, ci sono semplici regole pratiche che ci possono aiutare ad evitarli. Le elencheremo qui in sintesi:
- Non aprire mai gli allegati di email di dubbia provenienza. Nel dubbio è consigliabile chiedere al mittente se quella email è autentica!
- Fare attenzione alle email provenienti anche da indirizzi noti (potrebbero essere stati hackerati secondo una modalità di falsificazione nota come “spoofing”).
- Abilitare l’opzione “Mostra estensioni nomi file” nelle impostazioni di Windows: i file più pericolosi hanno l’estensione .exe, .zip, js, jar, scr, ecc. Se questa opzione è disabilitata non riusciremo a vedere la reale estensione del file e potremmo essere tratti in inganno.
- Disabilitare la riproduzione automatica (“autorun”) di chiavette USB, CD/DVD e altri supporti esterni e, più in generale, evitare di inserire questi oggetti nel nostro computer se non siamo certi della provenienza. Questa modalità di attacco si chiama “baiting”: consiste nell’utilizzare un’esca per una persona in grado di accedere ad un determinato sistema informatico (una sorta di cavallo di Troia). Oggi questa minaccia è diventata reale, per questo in alcune aziende vengono stabiliti policy molto restrittive, con la disabilitazione delle porte USB dei computer in dotazione agli utenti. In questo modo la porta USB potrà essere utilizzata per collegare un mouse, ricaricare uno smartphone, ma non sarà in grado di trasmettere e ricevere dati. In altri casi – più frequenti – non si arriva a questo tipo di restrizione (che gli utenti faticano ad accettare e comprendere). È sempre e comunque opportuno formare gli utenti sull’uso attento dei supporti rimovibili, rendendoli consapevoli dei rischi che comportano.
- Disabilitare l’esecuzione di macro da parte di componenti Office (Word, Excel, PowerPoint). Gli allegati Office armati con macro malevola rappresentano oggi una delle tecniche d’attacco più diffusa. L’abilitazione delle macro consentirà alla macro attivarsi automaticamente, attivando il processo di infezione del ransomware.
- Aggiornare sempre i sistemi operativi ed i browser. In generale è buona regola installare sempre e subito le “patch” (gli aggiornamenti) di sicurezza che ci vengono proposti dai produttori dei software che abbiamo installati.
- Utilizzare – quando possibile – account senza diritti da amministratore: se viene violato un account con privilegi ed accessi di amministratore, l’attaccante potrà utilizzare gli stessi privilegi per compiere più azioni e fare maggiori danni. Viceversa, un utente non-amministratore ha privilegi limitati e le stesse limitazioni si trasferiranno in mano all’attaccante
- Installare servizi Antispam efficaci ed evoluti, che implementino i protocolli SPF, DKIM e DMARC. Non riusciranno a bloccare tutte le email di phishing, ma i migliori riescono a raggiungere un’efficienza, comunque, superiore al 95%.
- Fare attenzione all’utilizzo del Remote Desktop Protocol (RDP): rappresenta una porta esposta in rete, che – se non necessaria – andrà chiusa. Qualora dovessimo utilizzarla (particolarmente in questi momenti ove lo smart working da remoto è così frequente) dovremo proteggere questo accesso con password forti e possibilmente con doppia autenticazione.
- Implementare soluzioni di tipo “User Behavior Analytics” (UBA) sulla rete aziendale (analisi anomalie traffico web) con sistemi IDS, IPS ed EDR. Questi strumenti rappresentano oggi la protezione più avanzata contro i ransomware. È noto, infatti, che questi malware presentano una serie di comportamenti tipici (accesso/scrittura a cartelle di sistema, collegamento a server esterni per il download dei file di criptazione, ecc.). Gli UBA analizzano perciò il comportamento di ciascun computer dell’azienda e sono in grado di capire se si stanno verificando eventi “anomali” (quali per esempio un traffico dati superiore alla media, l’accesso ad indirizzi IP classificati come malevoli, l’accesso e la scrittura in cartelle di sistema che non dovrebbero essere utilizzate). Alla rilevazione di eventi anomali e sospetti, possono isolare il computer incriminato e bloccare (quantomeno circoscrivere) l’attacco.
- Implementare l’uso di Sandboxing: questi strumenti sono in genere presenti nei sistemi UBA (di cui al punto precedente) e consentono di analizzare in un ambiente isolato (appunto la “sandbox”) i file sospetti in entrata.
- Assicurarsi che i plugin che si utilizzano (Java, Adobe Flash Player, ecc.) siano sempre aggiornati. Questi plugin – è noto – rappresentano una via d’ingresso preferenziale per la maggior parte dei cyber attacchi. Averli sempre aggiornati riduce le vulnerabilità di cui sono affetti (anche se non le elimina completamente). Da precisare che Adobe Flash Player è stato abbandonato da Adobe a fine 2020, tuttavia risulta ancora utilizzato su numerosi siti “legacy”. Quindi sarà bene mantenere Flash disabilitato (o ancor meglio disinstallato) ed utilizzarlo solo nei casi di reale necessità” e con massima attenzione.
- Fare sempre attenzione prima di cliccare su banner (o finestre pop-up) in siti non sicuri. Come ho già spiegato, i ransomware ci possono colpire non solo attraverso il phishing, ma anche visitando siti che sia stati “infettati”, con la modalità definita “drive-by download”.
- Attivare una procedura di Backup dei propri dati. Questa – come abbiamo già spiegato – è una misura fondamentale: se nonostante tutto un ransomware riesce a colpirci, l’unica salvezza è aver i propri dati salvati in un altro luogo. Ed è importante che il backup venga eseguito spesso ed in modo completo. In assenza di un backup rimane solo l’opzione di pagare il riscatto.
- Ed infine, non dimentichiamo mai che l’anello più debole della sicurezza è rappresentato dal Fattore Umano. Fondamentale quindi fare formazione e informazione agli utenti affinché non cadano nelle trappole del “phishing”, il vettore più usato per questo tipo di attacchi; nella pratica, il fattore umano e l’awareness (consapevolezza) degli utenti vengono troppo spesso sottovalutate.
Cosa fare se siamo stati colpiti da un ransomware
In questa malaugurata ipotesi (ma potrebbe sempre accadere), le opzioni sono sostanzialmente quattro:
- Ripristinare i file da un backup (la soluzione migliore, l’unica che dovrebbe prendere in considerazione un’azienda ben organizzata).
- Cercare un “decryptor” in rete per decriptare i file (funziona solo in alcuni casi).
- Non fare nulla e perdere i propri dati.
- Pagare il Riscatto (“Ransom”).
Vediamole più in dettaglio.
Ripristinare i file da un backup
È la soluzione migliore, l’unica che dovrebbe essere presa in considerazione se abbiamo operato con attenzione e ci siamo organizzati con una corretta politica di salvataggio periodico dei nostri dati.
Ovviamente, per fare un ripristino è necessario avere una copia di backup che sia disponibile, recente e funzionante.
Anche nello scenario peggiore di mancanza di un backup, conviene fare un’indagine approfondita che ci potrebbe far recuperare copie dei file più importanti.
Potremmo recuperarli dal cloud (tutti i cloud prevedono il “versionamento” dei file, quindi si può recuperare una versione precedente, non cancellata dal ransomware.
Se siamo in possesso di un backup utilizzabile, occorre però procedere ad una bonifica della macchina (o delle macchine) infettate, prima del ripristino dei dati.
La bonifica, per essere efficace e sicura, dovrebbe prevedere una formattazione completadelle macchine infettate. Solo a questo punto si può procedere al ripristino dei dati dal backup.
Cercare un “decryptor” in rete per decriptare i file
La grande proliferazione delle varietà di ransomware nel corso di questi ultimi anni ha fatto sì che i maggiori vendor di sicurezza mondiali abbiamo cercato di trovare gli “antidoti” a questi malware. Ed in alcuni casi ci sono anche riusciti: per alcune versioni di ransomware meno efficienti sono stati realizzati (e resi disponibili in rete) programmi e tool in grado di recuperare i file crittografati.
Si tratta comunque di procedure non elementari e spesso complesse, che raramente hanno successo con i ransomware più recenti e meglio realizzati. Dopo tutto, anche gli hacker leggono gli stessi blog e forum di sicurezza e aggiornano i loro prodotti per renderli inattaccabili ai decrypter.
Per esempio: le prime versioni di Petya avevano punti deboli nella chiave di cifratura e questo permetteva di ricavare la chiave crittografica. Nelle versioni successive gli hacker hanno chiuso questa falla.
Anche il ransomware TeslaCrypt (uno dei più diffusi fino al 2016) aveva delle debolezze che permettevano di recuperare la chiave privata con alcuni tools appositi (TeslaDecoder, TeslaCrack, ecc.). Dalla versione 3.0 di TeslaCrypt questo difetto è stato eliminato e la crittografia AES 256 bit ha reso impossibile qualsiasi recupero della chiave di decriptazione.
Quindi questa opzione ha basse probabilità di successo (praticamente nessuna se la cifratura è stata fatta con algoritmi di crittografia forte come AES 256, Salsa20 o altri), ma può valere comunque la pena di tentare una ricerca in rete.
Segnalo a questo scopo l’utilissimo sito No More Ransom!. È stato creato nel 2016 dal National High Tech Crime Unit della polizia olandese, dall’ European Cybercrime Centre dell’Europol, e da due aziende di sicurezza informatica, Kaspersky Lab e McAfee, con l’obiettivo di aiutare le vittime del ransomware a recuperare i loro dati criptati, senza dover pagare i criminali. Facendo una ricerca nel sito, o caricandovi un nostro file criptato, potremo trovare (se esiste!) il decryptor per decifrare – gratuitamente – i file.
Nella ricerca dell’antidoto che possa recuperare i nostri file, facciamo attenzione ai falsi decryptor!
Nella rete si trova di tutto, anche chi sfrutta gli utenti presi dal panico a seguito di un ransomware.
È quello che hanno fatto, per esempio, nel 2020 i creatori del Trojan Zorab: offrivano un’utility che sembrava decifrare i file colpiti dal ransomware STOP/Djvu, ma in realtà li ricifrava una seconda volta. Dopodiché visualizzava un messaggio in cui invitava la (doppia) vittima a contattare i criminali per il pagamento del riscatto per ottenere la chiave di decodifica.
E questa strategia sembra aver avuto un certo successo: il ransomware STOP Djvu, molto diffuso negli ultimi anni, non prende di mira le aziende ma gli utenti domestici, perché distribuito all’interno di crack per software e videogiochi (quindi uno dei vettori d’infezione che abbiamo precedentemente indicato). E questi utenti, meno esperti, potrebbero essere più facilmente ingannati da un falso decryptor offerto in rete.

Non fare nulla e perdere i propri dati
Non è una scelta entusiasmante e quasi mai la si può fare, soprattutto per un’azienda. A meno che i dati criptati non siano veramente di scarsa importanza. Anche se dovessimo optare per questa soluzione, consiglio comunque di:
- Togliere dalla macchina il disco con i file compromessi e metterlo da parte: potrebbe succedere che in futuro qualcuno riesca a trovare il decryptor per decifrare quei nostri file, che potrebbero essere recuperati. Potrebbero passare mesi, ma potrebbe accadere.
- Oppure (per lo stesso motivo) fare un backup dei file crittografati e poi bonificare comunque la macchina.
Pagare il Riscatto
È ovviamente la soluzione peggiore, quella alla quale non si dovrebbe mai arrivare: se paghiamo alimentiamo la criminalità e la rendiamo ancora più ricca e forte. Ma anche pagando non si ha nessuna garanzia di riavere i propri dati: ricordiamoci sempre che dall’altra parte ci sono dei criminali.
Come ho detto precedentemente, anche pagando esiste almeno un 20% di probabilità che non ci venga data la chiave di decriptazione. Se comunque si decide di pagare il riscatto, i passi da fare sono in genere questi (con piccole varianti a seconda del tipo di malware che ci ha colpito):
- Leggere le istruzioni che ci sono state inviate con la richiesta di riscatto: serve per capire qual è l’importo richiesto (quasi sempre in Bitcoin, una criptovaluta non tracciabile) e – soprattutto – quanto tempo abbiamo per pagare prima che i nostri file siano persi definitivamente (in genere i cybercriminali fissano una scadenza di circa 72 ore, comunque mai molto lunga).
- Acquistare i Bitcoin per il pagamento: individuare un sito che faccia “exchange” di questa valuta. Ce ne sono molti e sono pubblici (cioè non illegali). È importante scegliere un exchange affidabile e serio, perché ne esistono molti di dubbia reputazione.
- Aprire un account presso il sito prescelto: si tratta in pratica di un conto elettronico (wallet) dove saranno depositati i Bitcoin acquistati.
- Poiché il pagamento viene richiesto attraverso la rete TOR (una “darknet” che garantisce la navigazione completamente anonima)
- Con TOR bisogna accedere al sito indicato dagli hacker nella richiesta di riscatto: i siti della rete TOR non sono indicizzati in Google e sono raggiungibili solo se si conosce l’esatto indirizzo, che è molto complesso. Questo è un esempio di indirizzo TOR: 7yulv7filqlrycpqrkrl.onion.
- Pagare il riscatto: questo significa trasferire i BTC dal proprio Bitcoin wallet a quello degli hacker. Per raggiungerlo in genere è sufficiente seguire le istruzioni poste sul sito. Il wallet su cui eseguire il pagamento è identificato da un “wallet ID”, costituito da una lunga serie di numeri e lettere come questo: 19eXu88pqN30ejLxfei4S1alqbr23pP4bd. Questo codice traccia il pagamento in forma solo alfanumerica, quindi rende quasi impossibile risalire al nome dell’intestatario del wallet.
- Dopo aver trasferito i BTC sul conto degli hacker, riceveremo un altro codice (ancora una lunga serie di numeri e lettere) che rappresenta la conferma della transazione.
Ora aspettiamo e speriamo: entro qualche ora (il tempo necessario perché la transazione sia stata processata dai sistemi) dovremmo ricevere un file con la chiave privata di decriptazione, oppure un file eseguibile che procederà a decriptare i file, in pratica il decryptor. Affinché la decodifica dei file sia completa, occorre che manteniamo collegati tutti i dispositivi e dischi che erano connessi al momento dell’infezione (altrimenti qualche file potrebbe non venire decriptato).
Alberto Ottaviani

